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Earth Day 2013: cambiamo strategia?

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22 Aprile, 43esima Giornata Internazionale della Terra tanto è stato compiuto, ma molto resta ancora da fare. È il tempo, anche quest’anno, di celebrare il nostro Pianeta e forse mai come ora la Terra richiede l’attenzione di tutti. Si auto-affermano necessità che non possono ancora essere ignorate; dai più cinici specializzati in disfattismo ai pigri sostenitori di individualistiche teorie secondo cui tanto da solo non posso far nulla: tutti si è chiamati all’attivismo. Nell’antichità non sono certo mancati filosofi e pensatori che hanno percepito con forza la nostalgia di un rapporto meno presuntuoso, più libero e armonioso con la natura, cercando di recuperarne l’aspetto rasserenatore. Eppure quando la curiosità umana degenera intacca il mondo naturale fino al punto da produrre disastri. Fu proprio una catastrofe ambientale a far nascere l’Earth Day: quando nel 1969 la fuoriuscita di petrolio dal pozzo della Union Oil inquinò le acque del Pacifico, in California, il senatore americano Nelson decise che era giunto il momento di coinvolgere a pieno titolo l’opinione pubblica e il mondo politico. La risposta collettiva non si fece attendere e, il 22 Aprile del 1970, 20 milioni di cittadini americani passarono alla storia con una straordinaria mobilitazione nelle strade per la tutela della Terra. Da quel momento, nel corso di ben 43 anni tanto è stato compiuto, ma molto resta ancora da fare. Se da una parte esistono teorie e buone pratiche che tentano di insegnare a ogni uomo rispetto e responsabilità nei confronti dell’ambiente, per esempio piantando almeno un albero nella propria vita (indipendentemente dal fatto di goderne poi i frutti), per restituire alla Terra parte di quello che ha ricevuto in dono; dall’altra c’è chi ha visto e continua a vedere nella Natura una riserva di beni da saccheggiare come fossero inesauribili, o, addirittura, un nemico da combattere e vincere. Cambiamento climatico, deforestazione ed effetto serra sono solo alcuni dei temi ampiamente discussi in ogni parte e in ogni lingua del mondo. Ma a volte tanto parlare echeggia come un rimbombo metallico: studi scientifici, monologhi e dialoghi istituzionali cadono nel vuoto se la società è soggiogata da un istinto aggressivo e distruttivo di qualsiasi cosa sia esterna ai paradigmi utilitaristici e omologanti di un sapere funzionale solo al profitto economico. Demolire un ecosistema che osa ostacolare la cementificazione o un modello politico-sociale che rifiuta logiche di disuguaglianze sociali è un modus operandi non più tollerabile: conduce solo a un sistema di credenze difettoso. A chi resta nella propria bolla di sapone o nel proprio ovattato mondo di azioni positive mancate per le più assurde e fumose ragioni, forse bisogna domandare: “Se continuare certi percorsi e inseguire sempre le stesse mete non ha portato la felicità sperata, è forse il caso di cambiare strategia?” Fonte: earthdayitalia – http://bit.ly/12BOXyH
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